SOLO UNA – You call it quality. We call it inequality.
Cinema e Donne a Venezia 83: SOLO UNA non è abbastanza. Durante l’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia abbiamo distribuito centinaia di ventagli con un messaggio semplice: “SOLO UNA. You call it quality. We call it inequality. #oneisnotenough”
Un gesto semplice e collettivo per rendere manifesto il nostro disappunto, per smettere di normalizzare qualcosa che normale non è.
SOLO UNA non è rimasta un’espressione di delusione condivisa tra poche, ma è diventato un messaggio da distribuire a tutti, dentro e fuori dalla Mostra, trasformando un dato statistico in un’immagine riconoscibile.
Nel 2026, SOLO UNA regista, May El-Toukhy, con il suo Woman Unknown, era in corsa per il Leone d’Oro in maniera individuale; l’altra Rachel Szor, era in gara con il collega Yuval Abraham.
Questa scelta dirigenziale è stata giustificata con una presunta mancanza di qualità nel cinema femminile, una mancanza che viene dalle donne e non da promesse di uguaglianza non rispettate.
Con i dati alla mano, vediamo che dal 2000 al 2005 solo il 14,7% di registe in concorso sono donne, ma uno dei dati più dolenti è quello che riguarda il nostro paese, dove negli ultimi 6 anni solo 5 dei 35 film italiani presentati in concorso avevano una donna alla regia.
La scusa della qualità adottata dal direttore artistico Barbera ci sembra la scusa più vecchia del mondo: «ho sperato disperatamente di trovare film diretti da registe che fossero di qualità
adeguata per essere ammessi al concorso…» Noi invece rispondiamo: ma se le condizioni di partenza differiscono e le produzioni importanti vengono conservate per gli emergenti maschi, non è disonesto parlare di pari opportunità? C’è anche l’eterno quesito dell’universale che passa sempre dal maschile: quello che raccontano le donne fa parte di un punto di vista univoco, limitato, mentre l’uomo quando narra parla a tutti; partendo da questo presupposto, si può davvero parlare di criteri “neutri” di scelta, come si cerca di fare per non affrontare realmente le critiche?
È dunque importante imparare dagli errori del passato per interrogarci su come cambiare il futuro, accettando le caratteristiche culturali, sociali e politiche della questione, senza liquidarla come una pura casualità. Un dato interessante è quello che mostra come le donne al Festival tendano a vincere più di quanto tendano a essere scelte, poiché dei 26 leoni d’Oro vinti dal 2000 ad oggi 5 sono stati vinti da regie femminili: è evidente che le registe debbano presentare progetti qualitativamente più ambiziosi anche solo per essere ammesse al Concorso, provando che per loro la soglia della qualità da superare è più alta.
Servirebbe quindi avviare finalmente un processo di politiche attive di riequilibrio, un
impegno concreto alla rappresentazione paritaria e plurale come obiettivo etico e culturale,
non meccanico. Se un Festival come Venezia, con il suo peso simbolico e istituzionale, non prende posizione,
diventa complice: di un sistema che esclude e di una deriva culturale che restringe
progressivamente lo spazio del pensiero critico, della complessità e della pluralità degli
immaginari. Chi tiene al cinema dovrebbe tenere alla pluralità del suo sguardo, alla varietà delle sue forme e all’eterogeneità di chi lo vive e di chi lo crea.

